Foglio grigio

Bisognerebbe stare attenti agli animali che si incontrano per strada,
ma non è ancora chiaro come distinguere quelli buoni da quelli cattivi.
Io dico mai fidarsi degli animali che si incontrano per strada,
ma mi è abbastanza chiaro come distinguere quelli buoni da quelli cattivi.
Bisognerebbe fidarsi degli animali che si incontrano per strada e ti mostrano i denti,
ma è sufficientemente chiaro come distinguere quelli dentati da quelli sdentati.
Io dico mai fidarsi degli animali sdentati che si incontrano per strada,
ma è assai chiaro come distinguere il dato conosciuto dall’imprevedibile.
Bisognerebbe stare attenti ai pesci che si incontrano per strada.
Io dico fidati più del soprannaturale che dell’innaturale.

Domani mi sveglierò e avrò un cuore nuovo

Domani mi sveglierò e avrò un cuore nuovo.
Saranno i brandelli delle scarpe che metto distratta ogni mattina, gli occhi vispi del gobbo che incontro andando a lavoro, le cicche di sigaretta che piovono dai finestrini delle auto in corsa, i respiri affannati della gente che aspetta il suo turno alle poste.

Domani mi sveglierò e avrò un cuore nuovo.
Saranno gli scarti dei sorrisi incrociati alla stazione, lo “svegliati, sono le otto” di mia madre al mattino, i fianchi ondeggianti della barista al portone, il rumore di tempesta delle auto in corsa sull’asfalto. Condensa, bile, chiarore, sogno.

Domani mi sveglierò e avrò un cuore nuovo.
E il suo ticchettare mi terrà sveglia di giorno, e mi sussurrerà ninna-nanne quando non riesco a dormire. Mi parlerà di chilometri, fumo, sudore, sangue. E non si stancherà mai di ricordarmi di quel tempo in cui mi ostinavo a volere un cuore nuovo lasciando fuggire la bellezza stanca dagli scorci del mio vecchio cuore errante.

Polka con telo

Stamattina mi sono svegliata che stavo ballando la polka con un telo da mare.
Giravamo e voltavamo, e io provavo a essere leggiadra, ma lui era decisamente più aggraziato di me.
Allora ci rifletto un attimo su e capisco che è naturale che sia così, perché lui è fatto di cotone e poliestere cinese – ché i cinesi, si sa, non ci mettono troppo pensiero sulle cose – mentre io c’ho tutta quella roba che mi appesantisce, tipo le ossa, e il grasso, e l’affitto, e le bollette, e le spese per la casa, e chiudi le tende che la gente ti guarda, e abbassa la voce che la bambina dorme, e ricontattaci più in là.
Passo completo, mezzo, mezzo. Passo completo, mezzo, mezzo.
Chissà che si prova a essere un telo da mare. Cioè, alla fine non hai scelto tu di essere fabbricato, pure il colore non l’hai scelto tu e non scegli nemmeno da chi essere creato. E in quale posto saresti finito, neppure quello l’hai scelto tu.
“Telo, ma a te piace stare con me?”
“Zitta, io peldele litmo!”
Passo completo, mezzo, mezzo. Passo completo, mezzo, mezzo.
A guardarlo meglio non mi sembra tutta ‘sta leggerezza. Non so manco dove tiene gli occhi, ma di sicuro saranno tra la stella marina gialla e il draghetto sputafuoco verde pistacchio. E saranno minuscoli, così piccoli che nessuno li può vedere, però ci stanno e vedono tutto, ma di sicuro non osservano niente.
“Pule oggi ti sei sveliata a mezzogiolno. Nossifà.”
Ecco qua, lo sapevo.
Passo completo, mezzo, mezzo. Passo completo, mezzo, mezzo.
Ma che poi la musica non ci sta, che c’abbiamo da girare tutto il tempo? Cioè, nella mia testa c’è tipo il circo di Gianni Togni, e lui che fa? Balla senza la musica in testa? Ma ce l’ha la testa?
“Oh, Telo, ma tu pensi ogni tanto?”
“Zitta, io peldele litmo!”
Vabbè, è un’ora che giriamo, magari a un certo punto gli verrà fame.
Passo completo, mezzo, mezzo. Passo completo, mezzo, mezzo.
(Ad libitum sfumando).

Catarsi purpurea

Provo sempre un certo godimento nel decapitarli dopo l’amplesso. Sembrano così teneri e indifesi quando mi chiedono pietà.
Sono loro a costringermi. Io non farei mai una cosa simile.
E poi, ogni angolo della casa è occupato. Il corridoio è pieno di statue, ormai. Non so più neppure dove metterli. Sono costretta a trovare nuove soluzioni.
Potrei provare col giardino.

Creazioni fruttate fior fior di quattrini. Sono un’artista io, che credono!
Un tempo la gente me le richiedeva.
Che significa che sono pazza? Non ha senso.
Poveri cialtroni. Stolti. Mentecatti!

Adesso vengono a dirmi che le mie opere sono inquietanti.
Che strano, io le definirei illuminanti! Punti di vista.

Il veleno dei miei cobra è infallibile. Sono sempre meticolosa nel raccoglierlo. Lo utilizzo con estrema parsimonia: ho una collezione di boccettine in cantina, ciascuna delle quali contiene esattamente venti gocce di veleno. Solitamente, offro ai prescelti una bevanda alcolica di colore latteo, così da occultare la sostanza tossica.
Dovrebbero meditare prima di ingurgitarla con quel fare da maiali in calore. Questo porco qui, poi, ha aspettato che io prendessi il white russian per prima. Vorrebbe farmi credere d’essere un gentiluomo. Idiota!
Ti ho osservato per mesi e mesi. So bene di che pasta sei fatto!
Tutte le povere ignare che hai condotto alla morte spirituale non hanno avuto il coraggio di ribellarsi, ma io gli renderò giustizia.
Ti sto facendo un favore. Dovresti essermi grato. Dio avrà pietà della tua anima.
Gli esseri come te non si accorgono neppure di quanto siano ridicoli.
Marionette che si credono mani.
Siete solo polvere. Polvere che si compone. Polvere alla ricerca di un collante. E, grazie a me, polvere prima che sia troppo tardi. Prima che possiate riuscire a guardarvi indietro e a comprendere l’inutilità del vostro strisciare. Del vostro vomitare parole insensate, a chiunque. ”Tu sei la mia dea!”, questo mi hai detto. Sì, io ti ho donato la morte. Io ti ho restituito una dignità.
Eri solo un lercio omuncolo che si trascinava per le strade alla ricerca di un “amore”. Amore? Cosa può saperne un inutile essere come te di una cosa tanto sublime?
Non hai fatto altro che ricercare sesso e perversioni per tutta la vita. E ora, a quarant’anni suonati, ti accorgi che quella non è più la risposta ai tuoi desideri. Non ti basta più.
E dopo aver ridotto in brandelli tutte le povere creature che ti capitavano a tiro. Dopo aver disseminato infelicità ed insicurezza. Dopo aver contribuito alla mancanza d’amore che c’è nel mondo, ti accorgi di aver bisogno di qualcosa. Ti guardi allo specchio e ti senti inutile. Solo.

Che pena mi fai!
Hai generato morte. Morte emotiva. Morte fisica. Hai assassinato Amore.
È tempo di perire.
Ringraziami. Non supplicarmi. Sto per donarti l’orgasmo fatale.
Non ti dimenare! Guardami! Sono bella, vero? Come ti chiami? Dillo adesso. Con la trachea recisa e il veleno in corpo dovrebbe risultarti più semplice.
Sono pulita. E così deve essere il mondo.

Adoro tutto ciò che genera bellezza. Anniento tutto ciò che la obnubila.

Lavoro la cera per giorni, prima di ricoprire i cadaveri. È un lavoro minuziosissimo il mio. Quando la cera si raffredda, la fondo nuovamente, più e più volte.
Il calore disinfetta, si sa.

Quando ti avrò ricoperto di cera, sarai finalmente puro. Sorridi. Sorridi, te lo ordino!

I miei genitori erano delle persone ammirevoli, sai. Tutto il paese li stimava.
Mi hanno tirata su proprio bene, bisogna ammetterlo! Sono una vera figa. Non mi manca proprio nulla.
Sono sempre stata idolatrata. Dai miei familiari. Dagli insegnanti. Dagli uomini.
E non è passato un solo attimo in cui non mi sia sentita la migliore.

Sono nata nella casa di campagna dei miei genitori, il 3 agosto 1984. Dal giorno prima della mia nascita, una mantide era rimasta sul davanzale della finestra ad attendere la mia venuta. Paziente, aveva tenuto compagnia alla mia genitrice.
È stata la prima immagine che i miei occhietti innocenti abbiano focalizzato: al primo vagito, la mantide si è fiondata sul mio corpicino, creando scompiglio nell’intera stanza da letto. Che spasso!

Dio mi ha donato bellezza, intelligenza, forza. L’unico modo di ripagarlo è quello di compiere alla perfezione il mio dovere: mostro agli uomini i loro misfatti, attraverso le statue di cera, e punisco chiunque abusi dei propri mezzi. Il solo scopo della mia vita è quello di porre fine alle vite degli esseri ingrati che generano bruttezza, compiendo atti impuri e privi della grazia divina.

Il piacere offusca la limpidezza degli animi.

Che strana sensazione: sento immobilizzarsi la mano destra. Forse ho lavorato troppo, per oggi. Dovrei staccare un po’.
Andrò in giardino: l’aria fresca gioverà senz’altro.

E tu che continui a dibatterti, nonostante il veleno in circolo e la gola recisa, non sei stanco? Sei fatto di amianto?

I raggi del sole mi accarezzano la pelle, ma ho freddo. La luce illumina ogni singolo angolo della camera.

Com’è bella mia madre: riesco a vedere il suo sorriso radioso. Mi sta accogliendo tra le braccia. Mi addormenterò avvinghiata a lei, cosicché al risveglio potrò ancora sentire il suo calore.

Oh, mamma, il tuo abbraccio mi riporta  alle buie e gelide notti invernali, quando soltanto il profumo della tua pelle riusciva ad affidarmi alle grazie di Morfeo.

Era da tempo che ti attendevo.

Stringimi a te. La notte sta calando.

Non voglio fare il freak

Apro il giornale e leggo: “Lavoro in diminuzione e giovani vittime principali della crisi economica”.
E siamo nel 2074, Cristo!
I miei nonni mi raccontano di quando erano giovani ed è iniziata la crisi. Alti e bassi, roba ciclica. Be’, quel periodo lì non è mai finito. Una parentesi lunga più di sessant’anni.
Parlavano di innovazioni, allora. Adesso l’unica innovazione che conosciamo è l’auto ibrida. Perché allora gli avevano insegnato a rispettare la natura. “Troppe emissioni di CO2”, dicevano. “Troppo inquinamento, troppa merda”. Ma ora cosa abbiamo? Non un soldo, non una passione.
In realtà, siamo annientati sotto governi che si succedono da tempo immemore, e dalle guerre civili che necessariamente dovevano aversi.
Guerre civili, poi, io parlerei piuttosto di ulteriori vetrine per menomati mentali.
E poi ci sono io, Sam Giapeto, un omuncolo di un metro e quaranta, con due enormi occhi color gobba di cammello e delle grandi mani villose e bitorzolute.
Ho trent’anni, e l’angoscia del lavoro che avrei dovuto o voluto fare ha così tanto intasato la mia mente che ora non so più neppure chi sono, in realtà.
Cosa mi piace? La rugiada sulle foglie del castagno a cui vado a fare visita dopo ogni pioggia, in primavera.
Cosa dovrebbe piacermi? Avere una casa con giardino, una bella moglie alta e bionda, due figli e un lavoro che mi faccia guadagnare tanti soldi da non avere neppure il tempo per godermeli.
Ma non m’importa. Oggi ho finalmente deciso di conciliare le mie due passioni: la natura e la nullafacenza.
Cosa ho a mia disposizione? Un’invidiabile bassezza.
Quali sono le caratteristiche che mi pongono al di sopra degli altri? Un aspetto non troppo avvenente e un’immaginazione incredibilmente fervida.
Non pensiate di farmi fare il freak in qualche circo: quella è roba da sfigati.
Il mio obiettivo è ben al di sopra delle aspettative di un qualsivoglia mortale. Perché? Perché io voglio fare il nano da giardino.
C’ho riflettuto bene e credo sia il lavoro adatto a me.

Ora, l’unica cosa da fare è riuscire a rendermi credibile agli occhi delle padrone di casa: le mogli alte e bionde di cui sopra.
Quindi ho un piano preciso. Ascoltatelo e ditemi cosa ne pensate.
Allora, metterò gli abiti più colorati che riesco a trovare. Le convincerò di quanto sia conveniente avere un oggetto d’arredo che possa all’occorrenza fungere anche da sollazzatore. Non resisteranno alla proposta e mi baceranno con foga sulla fronte, e questo sarà il primo passo verso il successo.
Poi cercheranno di sbolognarmi i figli quando vogliono andare dalla parrucchiera o a farsi una pressoterapia di gruppo – i gruppi di amiche, che cosa raccapricciante! -, e io gli lascerò credere di poter contare su di me in ogni momento. Adoro vedere quell’aria da illuse sui volti delle donne accecate dall’estetismo più che dall’estetica.
Quindi, dicevo, mi farei assumere da una di queste signore super curate e vivrei nel loro giardino, baciato dal sole di mattina e illuminato dalla candida luce lunare di notte.
Passerei tutta l’estate così, a bagnarmi con l’acqua degli irrigatori a intervalli regolari e a pappare gli splendidi manicaretti che i cuochi personali delle mamme-dive gentilmente mi prepareranno.
E poi potrei guardare sotto le gonne di tutte le donne che passano e immaginare impudicizie di ogni genere e sorta.
Che pacchia! Ma ve lo immaginate? Un trentenne da sempre deriso che raggiunge vette tanto elevate non è mai esistito!
Voi ne conoscete qualcuno? Io no.
A ogni modo, conquisterò lo scettro di nano da giardino del terzo millennio, arrivando a dirigere l’intero paese.
Ma che dico “paese”? Governerò il Pa-e-se!

Sì, sarò ricco, famoso e avrò un sacco di terre a mia disposizione. Mi piace.

Ok, anche oggi il giornale ha fatto il suo dovere. Ora devo proprio andare, mi tocca fare la comparsa in quello spot  di pannolini ultra assorbenti.

Domani andrà meglio, lo sento.

A presto.

Lei sa chi sono io

Mi hanno imprigionata qui dentro. Attendo che mi portino via.
Ho sempre un braccio teso, pronto a lasciarmi sollevare, risollevare.
In questo lager di freddezza io mi ci sento a disagio. Non so se vi sia mai capitato di sentirvi fuori luogo nelle vostre vite, ma è così che io tiro avanti.
O meglio, lascio che mi si tiri avanti. E su. E giù. E fuori. E dentro.
Hanno permesso che vivessi una vita a incastro, i miei genitori, e mi hanno creata con un preciso scopo: abbeverare gli altri.
Per carità, è un fine assai nobile, ma vorrei tanto che a volte anche gli altri si domandassero cosa penso, cosa desidero.
Tengo i colori sparati sul mondo che mi circonda, nella perenne attesa del momento fatidico in cui qualcuno mi veda, prima delle altre, e dica: “Ecco, voglio te”.
Quelle perentorie, conquistatrici parole di liberazione sono state pronunciate così tanto e spesso da farmi impallidire le interiora.
Ma ora sono qui, pronta ad evadere. Di nuovo.
So che lei mi guarderà e resterà incantata dal colore che hanno scelto per me. Il più vivido, solare tra tutti.
Con gli occhi socchiusi e un ciuffo maleducato che le offusca la vista, aprirà la porta della mia prigione.
Mi guarderà, addormentata, e sorriderà pensando ai momenti trascorsi insieme. Gli occhi le si illumineranno come notte polare e, sbadigliando, allungherà una mano e la avvicinerà al mio corpo.
Io comincerò a fremere nell’attesa che pronunci le parole chiave.
Mi sembra già di sentirle, quelle soavi, immense, salvifiche parole che riescono a infondermi nuova luce e gioia e calore, tanto calore.
Parole calde come liquido cocente, profumate come primavera tostata, ricche come chicchi dorati:
“Ecco, voglio te: la mia adorata tazzina arancione”.